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Dal manoscritto al libro elettronico: continuità, discontinuità, collezionismo e mercato

Dal manoscritto al libro elettronico: continuità, discontinuità, collezionismo e mercato

Anna Franchini


Cominciamo con l'affermare che anche il manoscritto è un libro, seppur prodotto con una tecnica diversa da quelle oggi più note (la scrittura manuale, che rende gli esemplari, anche se prodotti in serie, copie uniche), ma con una fisicità del tutto simile a quella del libro tipografico: forma, materiali e, in parte, paratesto, e premettiamo che non ci occupiamo se non di sfuggita del “supporto” fisico, che poi è la carta, senza la quale mai il libro sarebbe diventato un prodotto industriale (o proto-industriale), e che ha una sua, importante, storia, che in Europa comincia a partire circa dal XIII secolo. Quando apparve il primo libro a stampa, quasi nessuno capì la rivoluzionaria novità: esso infatti si rivolgeva allo stesso pubblico del manoscritto e si presentava allo stesso modo.

Il manoscritto normalmente veniva prodotto su commissione (in pratica era già venduto prima di esistere) per soddisfare le esigenze del committente (che potevano essere le più diverse: dalla necessità culturale più pura al prodotto artistico come i libri d'ore riccamente miniati), e quindi, anche grazie ad alcuni secoli di tecnica amanuense, aveva sviluppato una sua “prassi” grafica: dal frontespizio inesistente ai segni grafici (n per gn ecc.) sviluppati per risparmiare tempo e spazio fisico sulla pagina ai quali il lettore era totalmente abituato (in particolare non c'era necessità di frontespizio poiché il committente ben sapeva cosa vi era scritto). I primi libri tipografici si presentavano allo stesso modo essendo destinati allo stesso pubblico, ma in circa 50 anni l'oggetto si trasforma nella sua presentazione: appaiono gradualmente il frontespizio e i dati tipografici, e se i secondi non potevano esistere nel manoscritto, il primo è ciò che caraterizza il libro tipografico: questo diventa infatti via via un prodotto industriale che ha bisogno di essere venduto. Il carattere tipografico permette infatti (tralasciando il libro silografico) la produzione in serie di oggetti identici (nei limiti della “proto-industria”): di qui la necessità di una presentazione\pubblicità del libro che è rappresentata dal frontespizio che ne svela il contenuto. Inoltre scompaiono gradualmente i segni grafici tipici dei manoscritti: producendo in serie i caratteri bastava infatti produrre in numero maggiore le lettere più utilizzate ed evitare così di incidere e produrre complicati segni grafici. Un altro particolare che conferma il passaggio “indolore” dal manoscritto al libro tipografico è il mantenimento di ampie e vuote lettere iniziali al fine di lasciare lo spazio agli acquirenti che lo desideravano per farle miniare. Con la riforma luterana il libro tipografico (o meglio la tecnica di stampa tipografica) mostra tutto il suo potenziale rivoluzionario: se Lutero avesse dovuto propagandare le “17 tesi” attraverso manoscritti mai sarebbe riuscito (come invece avvenne) a invadere la Germania in sei mesi grazie ai  fogli volanti che venivano affissi sulle porte delle chiese: compresa quindi la portata di questa tecnologia il potere politico si interessò sempre più allo strumento (fino ad arrivare ai vari indici dei libri proibiti che iniziano ad apparire infatti intorno alla metà del XVI secolo): ciò comportò per il libro, nel suo aspetto testuale e paratestuale, l'introduzione di nuovi elementi che sempre più ne svelavano il contenuto e l'intento: la dedicatoria, l'imprimatur, il privilegio, ecc., oltre ad iniziare una serie di pratiche quali il falso luogo di stampa per sfuggire al controllo delle autorità.

Abbiamo nel XVI secolo un inizio di collezionismo del libro tipografico (che si accompagna a quello dei manoscritti fino a sostituirlo): esso inizia con la creazione di raccolte più o meno omogenee che si caratterizzano per le legature (di norma lussuose e piuttosto elaborate) commissionate dal raccoglitore di libri (e pensiamo a Grolier ecc.). Questo genere di collezionismo fiorisce e si sviluppa nei secoli seguenti con la commissione di legature omogenee per grandi raccolte private (le legature alle armi: dai regnanti ai papi alle grandi famiglie). Alla fine del XVII secolo risalgono i primi cataloghi di vendita all'asta: ciò che testimonia l'inizio della rarefazione dei libri più antichi o stampati in un esiguo numero di copie.

Si può dunque affermare che dal XVI secolo il libro ha assunto una sua “prassi” nella presentazione (nei suoi aspetti paratestuali) e nella grafica che, nella sostanza, non è più mutata; e dal punto di vista tecnico, come affermano Febvre e Martin nell'introduzione alla loro fondamentale opera, Gutemberg e i suoi contemporanei si sarebbero trovati a loro agio in una tipografia del XVIII secolo. La successiva rivoluzione tecnologica, oltre a un diverso modo di produzione della carta che inizia alla fine del XVIII secolo e si conclude intorno agli anni 30-40 del XIX, è l'introduzione della linotype nella prima metà del XIX secolo: anche in questo caso si tratta di un passaggio “indolore” per il lettore; e bisogna dire che questa tecnologia rappresenta un passaggio tecnico e non una vera e propra rivoluzione tecnolgica: in sostanza si tratta di un miglioramento tecnico\industriale che, sostituendo il lavoro e la forza umana con quelli delle macchine, permette un aumento di produzione senza un sostanziale aumento dei costi (a parte l'investimento iniziale nelle macchine): è il definitivo passaggio del libro a prodotto industriale nel moderno senso del termine. Il vero effetto che produce l'introduzione dell'uso della carta prodotta dalla cellulosa e della linotype è la fine del libro antico accademicamente inteso. Tutti i passaggi che sono stati descritti come “indolori” per i lettori nei precedenti cambiamenti tecnologici avvengono anche con l'ultimo progresso tecnologico conosciuto dal libro cartaceo: la composizione elettronica. Iniziata nella seconda metà del XX secolo e conclusasi negli anni 70, essa ha permesso di stampare agevolmente caratteri “difficili” (sebbene non impossibili, ma sicuramente costosi e non adatti alla produzione industriale) da produrre fisicamente (dal corpo infinitamente piccolo ai segni grafici più complessi). Essa ha però comportato la fine di un'era: quella del libro tipografico che, si può affermare, non esiste più da circa 40 anni, dopo più di cinque secoli di onorato servizio, come prodotto industriale di massa. Esso continua (e credo continuerà) a esistere come prodotto artigianale e di nicchia.

Tutto ciò che è stato detto fin qui sui vari pasaggi tecnologici circa il fatto che il lettore non ha avuto un'immediata contezza degli stessi non si può dire riguardo all’attuale passaggio: dal libro cartaceo a quello elettronico dal momento che il lettore in questo caso non può non accorgersi della novità tecnica (veramente rivoluzionaria), esistono tuttavia anche forti tratti di continuità tra le due forme di libro. Il libro infatti non è che una forma organizzata, fruibile all'infinito nel tempo e quindi tramandabile, di cultura: in conclusione mi sento di poter affermare che il valore aggiunto dell'oggetto libro è il suo contenuto, che è pensiero (organizzato e tramadabile) e quindi, in definitiva, cultura.

In questo breve excursus “storico\tecnologico” non è stato sollevato l'aspetto economico: non bisogna infatti dimenticare che dall'apparizione del libro tipografico in poi si è sviluppata una vera e propria industra (dalla carta alla produzione e commercio dei caratteri, dalla produzione del libro ai suoi sbocchi commerciali - e come dimenticare la fiera di Francoforte, vero centro di propagazione del libro tipografico nel mondo occidentale?) che, anche in epoca d'ancien regime, ha tutte le caratteristiche proprie di un'economia industriale (non bisogna dimenticare per esempio che i primi lavoratori “sindacalizzati” -o meglio proto-sindacalizzati -sono proprio i tipografi – o meglio i loro impiegati-operai -, forse perché più acculturati in quanto dovevano saper leggere e scrivere -, ma è certo che le prime regolamentazioni del lavoro – dagli orari alle mansioni – hanno riguardato proprio questa categoria di lavoratori). Questo per dire che i passaggi tecnologici di cui ci siamo occupati sono stati determinati, oltre che dalla passione e dall'ingegno, da calcoli di tipo economico, produttivo e reddituale che essi hanno comportato e comportano. E così, se da una lato un libro elettronico non ha il fascino di un libro antico (ma qui ha rilevanza anche la deformazione professionale), dall'altro non solo non si può arrestare il progresso, ma anche la diffusione di libri meno costosi e più accessibili. E tuttavia faccio fatica a ricordare o immaginare altri prodotti della civiltà occidentale che si siano dinostrati più potenti per la diffusione della cultura e delle idee del libro tipografico: imagino uno studioso del XVII secolo che acquista le opere di Galileo, incidentalmente in prime edizioni, e sono sicuro che non li acquista per collezionismo ma per studio.

Conferenza promossa da ALAI – Associazione Librai Antiquari d’Italia Intervengono: Guido Guerzoni, Università Bocconi Giacomo Vigevani, Il Polifilo Marco Vigevani, Marco Vigevani Agenzia Letteraria

(Published on the website of the Associazione Librai Antiquari d'Italia (ALAI). Presented here by permission of ALAI.)

Published since 27 Jul 2012

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